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Accanto ai
segni clinici della malattia, la Emiplegia Alternante (EA)
presenta anche una serie di manifestazioni che testimoniano un
interessamento delle funzioni cognitive sebbene la storia
naturale di tale disfunzione rimane tuttora incompresa e non
trova giustificazione in lesioni neurologiche definite. Mentre
sono stati condotti diversi studi sulle caratteristiche
fisiche dell'EA, è stata invece dedicata poca attenzione agli
aspetti più strettamente psicologici e cognitivi tanto che,
nella letterature ufficiale, non sono disponibili informazioni
al riguardo.
La facoltà di
Psicologia dell'Università degli Studi di Padova nelle
persone del Prof. Renzo Vianello (docente di Psicologia dello
Sviluppo e della Socializzazione), Dott.sa Elena Moalli
(collaboratrice) e Chiara Albanese (laureanda) si è proposta
di contribuire alla ricerca sull'EA focalizzando l'impegno sui
peculiari aspetti psicologici e cognitivi dei soggetti affetti
da tale patologia.
Lo scopo del
lavoro è stato quello di studiare il profilo cognitivo
generale (livello intellettivo, memoria, attenzione, sviluppo
visuo-spaziale, capacità correlate alla sfera verbale) e di
rilevare l'eventuale presenza di deficit e/o abilità comuni
in bambini e ragazzi diagnosticati affetti da EA.
Nell'intento di
raggiungere tale obiettivo, è stato necessario individuare
una batteria di test capace di valutare alcune variabili
relative alla complessità degli aspetti cognitivi allo scopo
di consentire un'obiettiva comparazione dei risultati. Gli
strumenti utilizzati sono stati:
-
il test OLC:
è un test piagetiano, elaborato da R. Vianello e M. Marin
nel 1991 che permette di valutare il passaggio dal
pensiero intuitivo a quello operatorio concreto in
particolare nei soggetti portatori di handicap mentale;
-
le scale
Wechsler (WISC-R e WAIS-R): test psicometrici per la
valutazione delle potenzialità intellettive.
Sono stati
inoltre acquisiti dei dati su particolari aspetti dei bambini
e ragazzi e dell'ambiente circostante allo scopo di migliorare
la comprensione delle difficoltà cognitive attribuite ai
soggetti; nella ricostruzione del quadro clinico della vita di
ogni singolo soggetto, tali deficit cognitivi assumono un
significato contestualizzato diventando parte di una storia
complessa e unica da cui non possono essere slegate.
I mezzi
utilizzati sono stati:
-
colloquio
anamnestico con i genitori;
-
osservazione
diretta del bambino sia in momenti strutturati che in
momenti di libera interazione;
-
raccolta
della documentazione clinica.
La presente
ricerca si propone come un contributo che susciti l'interesse
per ulteriori studi su una malattia così complessa ed
imprevedibile che merita l'attenzione non solo dei medici ma,
visto l'ampio coinvolgimento cognitivo, anche degli psicologi.
Si è comunque consapevoli dei possibili limiti che tale
studio porta con sè: il gruppo di soggetti incontrati, se da
un lato è sufficientemente ampio da poter operare un
confronto interno, dall'altro non è abbastanza numeroso da
consentire la dimostrazione di veri e propri confronti
statisticamente significativi. Inoltre, non è stato possibile
controllare e indagare l'influenza di quelle variabili
ambientali (famiglia, cultura, territorio) che, insieme ai
fattori genetici e individuali, formano la personalità di un
individuo nei suoi aspetti cognitivi e affettivi.
Sarebbe quindi
auspicabile che altri studi si rivolgessero all'analisi di
bambini e adulti con questa patologia in modo da ampliare le
nostre ancora limitate conoscenze in merito e al fine di
permettere confronti con altri studi internazionali.
Chiara Albanese
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